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Una legge per i parchi

 

Il 6 dicembre 1991, al termine di un lungo dibattito in parlamento e dopo centinaia di manifestazioni e convegni in tutta Italia, veniva approvata la legge n. 394, legge quadro sulle aree naturali protette.

Si concludeva così un percorso ipotizzato 70 anni prima, quando l’allora Ministro Benedetto Croce, nel presentare il suo disegno di legge “Per la tutela delle bellezze naturali e degli immobili di particolare interesse storico”, affermava: «È nella difesa delle bellezze naturali un altissimo interesse morale ed artistico che legittima l’intervento dello Stato».

La proposta di Croce non si concretizzò, ma nel 1922 fu istituito il Parco Nazionale del Gran Paradiso, prima area protetta italiana nata su terreni donati da Vittorio Emanuele III.

Nell’articolo 1 dell’atto istitutivo si legge che lo scopo del Parco è quello di «conservare la fauna e la flora e di preservarne le speciali conformazioni geologiche, nonché la bellezza del paesaggio»: al Gran Paradiso seguirono il Parco Nazionale d’Abruzzo nel 1923, quello del Circeo nel 1934 e quello dello Stelvio nel 1935.

In poco meno di 15 anni erano così nati i primi 4 parchi “storici” d’Italia, destinati per molti anni a rimanere gli unici.

Nel secondo dopoguerra, infatti, vi furono diversi tentativi di giungere ad una legge sui parchi, ma nessuno arrivò a compimento.

NEL 1968 FU ISTITUITO il Parco Nazionale della Calabria, ma fu la nascita delle Regioni negli anni ‘70 a rianimare il dibattito.

Il confronto sulle competenze regionali portò a mantenere in capo allo Stato «gli interventi per la protezione della natura salvi quelli regionali non contrastanti con quelli dello Stato»: la disposizione fu interpretata come una possibilità per le Regioni di istituire propri parchi regionali e così, nel 1974, la Lombardia istituì il Parco regionale del Ticino.

Nel frattempo, se da un lato tutte le proposte di legge organica naufragavano, compresa una avanzata dall’allora Ministro dell’Agricoltura Giovanni Marcora, dall’altro cresceva la pressione dell’opinione pubblica: nel 1980 il Wwf Italia e il Comitato Parchi organizzarono all’Università di Camerino un convegno che fissava l’obiettivo – al tempo visionario – del 10% di territorio italiano protetto entro il 2000.

NEL 1985 FU APPROVATA la legge Galasso per la tutela del paesaggio e l’anno successivo fu istituito il Ministero dell’Ambiente: i tempi erano ormai maturi e nel 1987 i Verdi, entrati per la prima volta in Parlamento, presentarono un nuovo disegno di legge sui parchi con primo firmatario Gianluigi Ceruti.

Il testo definitivo, frutto anche dell’unificazione con altre proposte, fu finalmente approvato a fine 1991, peraltro poco prima dello scioglimento del Parlamento.

Dalla legge venne una spinta allo sviluppo delle aree naturali: parchi nazionali, riserve regionali, riserve statali, aree marine protette e siti della Rete Natura2000 formano oggi uno strumento per la tutela della biodiversità e, al contempo, per lo sviluppo sostenibile e la valorizzazione delle tradizioni.

Secondo i dati ufficiali del ministero della Transizione ecologica in Italia esistono 871 aree protette, per un totale di oltre 3 milioni di ettari tutelati a terra e circa 2,8 milioni a mare.

I parchi nazionali sono 24, mentre le aree marine protette sono 29 a cui si aggiungono 2 parchi sommersi e il Santuario internazionale dei mammiferi marini.

La legge n. 394/1991 è stata quindi un successo e l’obiettivo del 10% di territorio protetto è ampiamente superato, ma è necessario andare oltre il dato quantitativo.

Lo ha fatto il Wwf Italia nel suo dossier “La sfida del 30×30 in Italia per difendere la natura più ricca d’Europa”: si tratta di un bilancio, critico e propositivo al tempo stesso, che punta a creare un confronto sulla conservazione della natura in Italia.

IL REPORT DOCUMENTA come negli anni la legge quadro abbia avuto molte modifiche disorganiche che hanno spostato la governance dei parchi nazionali, indebolendo le competenze statali in tema di conservazione della natura.

Le mini-riforme spot (dalla composizione dei consigli direttivi alle procedure di nomina di presidenti e direttori) insieme ad alcune scelte operate nelle designazioni dei vertici, hanno reso i parchi nazionali sempre più condizionati dagli interessi locali.

Condizionamenti anche preventivi tanto da impedire persino la nascita di alcuni parchi come quelli del Delta del Po, del Gennargentu, della Costa teatina o del Matese: veri e propri parchi fantasma bloccati, anche per decenni, nonostante siano istituiti con leggi dello Stato.

UNA DERIVA LOCALISTICA che ha trascurato il vero obiettivo delle aree protette: certamente i parchi svolgono anche funzioni legate alla promozione dei territori, ma il loro ruolo primario deve rimanere la conservazione della biodiversità, quel capitale naturale che garantisce i servizi ecosistemici (aria, acqua, suolo puliti) da cui dipende la qualità della vita di tutti.

Su questo obiettivo si gioca il futuro di parchi e riserve, e non solo.

Ed è per questo che dobbiamo porci due domande: le aree protette sono nelle migliori condizioni per garantire il loro ruolo?

L’obiettivo del 30% di terra e mare efficacemente tutelato entro il 2030 introdotto dalla nuova Strategia dell’Unione europea sulla biodiversità è raggiungibile con l’impianto della legge quadro del 1991?

La risposta del Wwf è che i tempi sono maturi per costruire una normativa quadro sulla conservazione della natura italiana che, pur rafforzando le aree protette, sia anche capace di andare oltre, rendendo la tutela della biodiversità un elemento centrale di tutte le politiche, non solo di quelle dei parchi.

NELLE MORE DI QUESTO INTERVENTO legislativo ci si deve dotare di un piano di azione che completi e metta in efficienza quello che oggi viene impropriamente definito il sistema dei parchi, adottando interventi puntuali: dal migliorare le nomine nei parchi puntando alle competenze più che alle appartenenze politiche al rafforzare le aree marine protette, da sempre punto debole del sistema; dal combattere bracconaggio ed ecoreati al completare l’istituzione delle aree protette già individuate realizzando anche le aree contigue necessarie per avere sistemi di connessione territoriale e superare i parchi isola.

Grazie alla legge n. 394 in questi trent’anni sono stati raggiunti risultati importanti: l’auspicio è che si recuperi lo spirito del 1991 per fare qualcosa di altrettanto innovativo, mettendo in campo le migliori energie ed esperienze.

(Articolo di Dante Caserta, pubblicato con questo titolo il 9 dicembre 2021 su “L’Extraterrestre” allegato al quotidiano “il manifesto” di pari data)

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