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Terremoto in Turchia e Siria: colpiti duramente kurdi e profughi siriani

8 Febbraio 2023
in APPROFONDIMENTI, ARCHIVI, GOVERNO DEL TERRITORIO, NATURA, NEWS, piani territoriali
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Ieri, dopo una giornata di scosse di assestamento, lacrime, sangue, polvere e pioggia fredda sulle macerie, i soccorritori, i morti e i feriti, il bilancio del terremoto che ha colpito la Turchia meridionale e la Siria settentrionale era già terribile: 2.316 in Turchia, 1.444 in Siria, ma secondo l’Onu il bilancio finale potrebbe essere 10 volte tanto.

E si tratta in gran parte di kurdi della Turchia e siriani  e di profughi siriani, spesso kurdi.  

Infatti, il mega-terremoto ha colpito quell’area di confine che i kurdi chiamano Kurdistan settentrionale (in Turchia) e Rojava, l’area liberata e governata dai e dalle  combattenti kurdi/e siriani/e  e dai loro alleati e in parte occupata dall’esercito di invasione turco e dai suoi mercenari jihadisti.

Il World food programme (WFP) ricorda che «i terremoti sono devastanti per un’area già provata dal conflitto siriano.

In Turchia, che ospita la più grande popolazione di rifugiati del mondo, il WFP lavora a stretto contatto con il governo e la Mezzaluna Rossa turca per fornire assistenza alimentare e sostentamento. 

Questo include l’assistenza a più di 42.000 rifugiati siriani che vivono in 6 campi nel sud-est della Turchia e che hanno visto gli effetti peggiori dei terremoti.

I terremoti hanno devastato zone della Siria che hanno già subito gravi danni nel corso di 12 anni di conflitto. 

Nel nord-ovest della Siria, il 90% dei 4,4 milioni di abitanti dipende dagli aiuti umanitari con 2,8 milioni di sfollati che vivono in campi o altri siti per mancanza di opzioni migliori. 

Su un totale di 5,6 milioni di persone a cui il WFP sta fornendo assistenza alimentare in Siria, 1,4 milioni si trovano nel nord-ovest.

Milioni di siriani dipendono dall’assistenza transfrontaliera delle Nazioni Unite abilitata dal Consiglio di sicurezza lungo l’area di confine, vicino all’epicentro dei terremoti.

Il WFP ha stabilito centri operativi in entrambi i Paesi, operando in Turchia dal 2012 e in Siria dal 1964».

In una nota nella quale chiede aiuto per le vittime del terremoto nel Kurdistan settentrionale e occidentale, in Turchia e in Siria, il Consiglio esecutivo del Kongreya Neteweyî ya Kurdistanê (KNK) ricorda che «questo terremoto, di magnitudo 7,8, ha avuto il suo epicentro nei pressi di Mereş (tr. Kahramanmaraş) e Dîlok (tr. Gaziantep) non lontano dal confine siriano, e ha causato centinaia di morti, distrutto migliaia di edifici e lasciato innumerevoli persone senza casa. 

Con migliaia di persone ancora intrappolate sotto le macerie, si prevede purtroppo che il bilancio delle vittime aumenterà di molte volte».

Poi, il Congresso Nazionale del Kurdistan denuncia la responsabilità e la negligenza del governo turco in quanto accaduto: «Gli effetti di questo devastante terremoto sono aggravati dalla pervasiva corruzione che è stata istituzionalizzata durante due decenni di governo da Recep Tayyip Erdogan e dal suo Partito per la giustizia e lo sviluppo (AKP). 

Le nomine ai ministeri, compreso il ministero dell’ambiente e dell’urbanizzazione, e altri organi governativi sono determinate dal nepotismo e dalla lealtà a Erdogan e all’AKP piuttosto che dal merito, e i progetti di costruzione, a lungo pubblicizzati dallo stato turco come simbolo del suo successo, sono attribuiti a società con stretti legami con l’AKP.

E’ risaputo che la Turchia e il Kurdistan si trovano in una posizione precaria vicino a grandi faglie geologiche, il che mette la regione a rischio di gravi terremoti. 

Un terremoto mortale di magnitudo simile ha colpito il Kurdistan meridionale e orientale (Iraq e Iran) nel novembre 2017 e aree all’interno della Turchia nell’agosto 1999.

Tuttavia, non sono state prese misure sufficienti per far fronte a questo rischio ben consolidato nonostante la presenza di aree urbane con crescente densità di popolazione e due delle principali dighe della Turchia, situate a Riha (tr. Şanlıurfa) e Elazîz (tr. Elazığ), in tutto il Kurdistan settentrionale.»

Il KNK fa un primo bilancio di una situazione che ogni ora che passa diventa più tragica: «Le aree del Kurdistan settentrionale e della Turchia sono state devastate, con molti edifici abbattuti ad Amed (tr. Diyarbakir), a 300 km dall’epicentro, e questo terremoto ha colpito anche le aree prevalentemente arabe di Hatay in Turchia.

Nella Turchia meridionale, il Rojava/Siria settentrionale e orientale, una regione già colpita dalle continue campagne di aggressione e occupazione dello stato turco, ha subito gravi perdite. 

Con centinaia di migliaia di sfollati all’interno della Siria a causa dell’aggressione militare turca, questo orribile terremoto in pieno inverno aggraverà la crisi umanitaria che colpisce i popoli della regione, inclusi curdi, arabi, cristiani e altri».

Il Congresso Nazionale del Kurdistan «condivide il dolore di tutti coloro che hanno subito perdite a causa di questa tragedia e invia le sue condoglianze e augura a tutti i feriti una pronta guarigione.

Sappiamo per esperienza che il regime di Erdogan affronterà questo disastro naturale con cinismo e con un forte pregiudizio anti-curdo, e chiediamo a tutti coloro che possono di ascoltare l’appello della Luna Rossa curda (Heyva Sor a Kurdistanê), che opera sul campo in Kurdistan, e di aiutare il più possibile per aiutare le persone colpite da questa tragedia e per evitare che anche loro siano vittime dei calcoli politici di Erdogan».

Il terremoto ha colpito duramente anche un altro popolo di profughi: secondo Quds Press, «l’Ambasciatore dell’Autorità Palestinese in Siria, Samir Al-Rifai, ha annunciato la morte di 8 profughi palestinesi, tra cui tre bambini, a seguito del devastante terremoto che ha colpito la Turchia e la Siria» e ha aggiunto che «5 corpi sono stati recuperati e 8rifugiati sono stati salvati, da sotto le macerie di due edifici residenziali crollati nel campo di ar-Raml a Lattakia, e che le ricerche dei sopravvissuti continuano ancora.

I corpi di tre bambini, tra cui due fratelli, sono stati recuperati da sotto le macerie nel campo per profughi palestinesi di Neirab, ad Aleppo, a seguito del crollo di un muro.

Tre campi palestinesi si trovano all’interno della zona del terremoto: ar-Raml a Lattakia, Neirab e Handarat ad Aleppo, oltre a comunità palestinesi separate nei governatorati della Siria settentrionale.

Le squadre della Mezzaluna rossa palestinese (PRCS) si sono recate al campo di ar-Raml, per partecipare alle operazioni di soccorso e ambulanza».

Ieri mattina il presidente siriano Bashar al-Assad ha tenuto una riunione di emergenza per discutere dei danni causati dal terremoto e più tardi il regime siriano ha confermato la morte di 815 persone in Siria: 430 morti e 1.315 feriti nei territori siriani sotto il controllo del governo Assad, comprese le province di Aleppo, Hama, Latakia e Tartus, mentre l’ONG White Helmets dice che ci sono  e almeno 365 morti e più di 1.000 feriti nel nord-ovest controllato dai ribelli jhadisti e dai turchi.

Su Twitter i White Helmets (l’ex protezione civile siriana) dicono che «il bilancio potrebbe aumentare poiché centinaia di famiglie sono ancora intrappolate.

Gli sforzi di salvataggio nel nord-ovest della Siria stanno affrontando enormi difficoltà» perché sono necessarie attrezzature.

Più di 133 edifici sono completamente crollati, mentre 272 sono stati parzialmente abbattuti e migliaia di altri sono stati danneggiati.

Il terremoto in Siria ha colpito un’area resa ancora più fragile dalla guerra civile/internazionale: secondo l’agenzia ufficiale Sana, ieri nella sola provincia di Aleppo risultavano morte 156 persone e 507 sono rimaste ferite nel crollo di 46 edifici, ma anche prima del terremoto gli edifici di Aleppo, la capitale economica della Siria prima della guerra, spesso crollavano per debolezze strutturali.

Dopo più di un decennio di guerra, molti degli edifici sono fatiscenti e per quelli ricostruiti non c’è nessun controllo per garantirne la sicurezza, le costruzioni abusive sono la maggioranza.

Ad Hama è crollato un edificio di 8 piani e i soccorritori e la protezione civile stanno ancora cercando i sopravvissuti sotto le macerie.

Alaa Shaker della Mezzaluna Rossa siriana ha detto all’AFP che nell’edificio vivevano circa 125 persone.  

Poi ci sono “miracoli” come quello di Azaz, vicino al confine turco, dove i soccorritori hanno potuto estrarre molti sopravvissuti (ma anche 5 morti) dalle macerie di un edificio di tre piani che era crollato.

Di fronte a questa tragica situazione, in un Paese in guerra, in parte occupato e colpito da sanzioni durissime, ieri sera il governo siriano ha chiesto alla comunità internazionale di mandare soccorsi e aiuti.

Il ministro degli esteri siriano ha detto: «La Siria fa appello agli Stati membri delle Nazioni Unite… al Comitato internazionale della Croce Rossa e ad altri gruppi umanitari affinché sostengano gli sforzi per affrontare il devastante terremoto».

Uno dei primi a rispondere è stato il primo ministro israeliano Benjamin Netanyahu che ha rivelato in una riunione con parlamentari del suo partito che «Israele ha ricevuto una richiesta da una fonte diplomatica per aiuti umanitari alla Siria, e io l’ho approvata.

L’assistenza verrà fornita presto».

E ha aggiunto che «Israele invierà aiuti anche alla Turchia».

Anche se Netanyahu si è rifiutato di fornire ulteriori informazioni sulla fonte della richiesta siriana, sarebbe stato un raro esempio di cooperazione tra i due Paesi che non hanno relazioni diplomatiche e che sono di fatto in guerra tra loro.

Infatti, in Italia i telegiornali rilanciavano la notizia ancora nelle edizioni serali.

Peccato che la Siria avesse già respinto l’aiuto di Israele e che Damasco avesse negato di averglielo mai chiesto alcun tipo di aiuto.

Un portavoce del governo siriano ha detto che «le accuse di aver richiesto aiuti da un Paese nemico sono ridicole.

Come può la Siria chiedere aiuto a un’entità che ha ucciso siriani per decenni?». 

Infatti gli ultimi bombardamenti israeliani sul suolo siriano risalgono a poche ore prima del terremoto.

Ma, di fronte a questa tragedia immane, il tema di levare l’embargo alla Siria per poter raggiungere la popolazione con aiuti è sempre più urgente, così come quello di fare in modo che gli aiuti che arriveranno alla Turchia non vengano gestiti dal governo islamista e di destra di Ankara che difficilmente li fornirà ai kurdi che considera nemici interni ed esterni.

Però il terremoto sembra aver momentaneamente riavvicinato due Paesi nemici da sempre.

Il primo ministro armeno Nikol Pashniyan ha fatto le sue condoglianze alla Turchia (e alla Siria), affermando che «l’Armenia è pronta a fornire aiuto all’indomani del terremoto che ha ucciso centinaia di persone.

Le nostre più sentite condoglianze alle famiglie delle vittime e auguriamo una pronta guarigione ai feriti».

L’Armenia e la Turchia non hanno relazioni diplomatiche formali e hanno una lunga storia di ostilità che risale al genocidio degli armeni avvenuto tra il 1915 e il 1919.

Inoltre, la Turchia ha appoggiato, con armi e soldati, la recente riconquista del Nagorno Karabakh – a maggioranza armena – da parte dell’Azerbaigian, una guerra finita con una tregua sorvegliata dall’esercito russo.

Intanto il governo regionale del Kurdistan ireakeno (KRG, alleato dei turchi contro i kurdi del PKK e quelli del Rojava) ha annunciato ieri che «a causa del terremoto che ha colpito la Turchia e la Siria, al fine di garantire la sicurezza delle esportazioni di petrolio e prevenire eventuali incidenti indesiderati, questa mattina le esportazioni di petrolio dall’oleodotto Regione del Kurdistan-Turchia sono state sospese».

Ogni giorno dal Kurdistan irakeno e da Kirkuk vengono esportati in Turchia circa 450.000 barili di petrolio attraverso l’oleodotto Kirkuk-Ceyhan.

(Articolo di Umberto Mazzantini, pubblicato con questo titolo il 7 febbraio 2023 sul sito online “greenreport.it”)

 

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